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A cura della Dott.ssa Giusi BOCCUNI, Psicologa-Psicoterapeuta
Rileggendo il I ° capitolo di Gioco e realtà di D. Winnicott, relativo alla tematica degli oggetti e fenomeni transizionali, ho avuto modo di puntualizzare meglio nella mia mente i passaggi che ogni neonato affronta nella sua evoluzione, da una condizione iniziale di mancanza di distinzione fra sé e la realtà e il formarsi di questa distinzione, che prelude alla possibilità di ogni relazione.
Come sappiamo, sempre grazie agli studi di Winnicott, che in qualità di pediatra oltre che di psicoanalista aveva modo di osservare direttamente un’infinità di lattanti, alla fase iniziale di onnipotenza, che corrisponde ad un vissuto fusionale con la madre-ambiente e che crea quella benefica illusione, così indispensabile all’iniziale edificazione del senso di sé, succede una fase di disillusione, che apre le porte alla realtà percepita come “fuori da sé”.
Per effettuare questo passaggio appare indispensabile una fase intermedia di transizione e occorrono oggetti intermedi, investiti contemporaneamente di un doppio significato : essere oggetti “non me”, ma essere percepiti ancora come parte di me, non in quanto oggetti interni, bensì in quanto possessi. Vedi ad es. l’attività di suzione del pollice, in cui incidentalmente viene ad essere portato alla bocca anche un lembo di lenzuolo, che poi diventa elemento indispensabile al bambino per le sue attività calmanti, come possono essere quei rituali che precedono il sonno o quelli che si accompagnano a momenti di separazione fra bambino e madre. Così assisteremo alla creazione nel bambino di un legame forte con un oggetto che può essere dei più svariati tipi, dal lembo di lenzuolo alla coperta, dal pupazzetto all’orsacchiotto, alla bambola, fino ai giocattoli duri. Un oggetto, questo, su cui il bambino riverserà un legame intenso, caratterizzato dall’assumere diritti assoluti su di esso (possesso), dal trattarlo con ambivalenza, dal bisogno che non cambi (fino alla necessità che non sia lavato, per mantenere quei caratteristici e riconoscibili odori), fino all’attribuzione di qualità vicarianti il rapporto con la madre, ossia fino alla percezione di vitalità e calore come emanazioni dell’oggetto.
Tale fase e tali oggetti hanno la fondamentale funzione di difendere il bambino dall’angoscia, soprattutto di tipo depressivo, scaturente dalla sensazione di separazione dall’oggetto-madre.
Non hanno invece valore consolatorio, cosa che rivelerebbe già un processo depressivo già in atto, per un vissuto di perdita della fusionalità originaria, instauratosi prima del necessario.
Cosicchè l’oggetto transizionale diventa il traghettatore del mondo emozionale del bambino, da una fase fusionale ad una di più definita e consapevole separatezza, assolvendo così ad una funzione di ponte fra pura soggettività e realtà oggettiva, condivisa, come dice Renata Gaddini, commentando il pensiero di Winnicott in proposito.
La Gaddini osserva anche che l’oggetto transizionale, rappresentando la felice unione di madre e bambino, evoca la rassicurante vicinanza, pur permettendo tutto il contrario, cioè l’allontanamento della madre, temporaneamente sostituita dall’oggetto prescelto, che si pone come simbolo della fusionalità originaria. A questo proposito mi vengono in mente gli innumerevoli simboli di unione fra due esseri umani, come avviene ad esempio molto frequentemente nel rapporto di coppia e negli innamoramenti, il cui forte potere evocativo riattiva nella mente l’esperienza della relazione (vedi ad esempio gli anelli o alcuni regali scambiati fra gli innamorati).
In realtà Winnicott ci dice che l’oggetto transizionale è prima del simbolo e ne è precursore, poiché il formarsi del simbolico corrisponde ad una maturazione psicologica tale che il bambino percepisce già con chiarezza la distinzione fra fantasia e realtà, fra oggetti interni ed esterni, fra creatività primaria e percezione
La formazione dell’oggetto transizionale (che può avvenire fra i 4,6,8 o12 mesi) e la sua funzione positiva di costituire il primo spazio intermedio tra la incapacità e la crescente capacità di riconoscere ed accettare la realtà, è comunque possibile in modo sano solo se il precedente rapporto con la madre ha assolto a quella funzione di contenimento, accoglienza ed aderenza ai bisogni del bambino, fenomeno questo che Winnicott definisce col termine “madre sufficientemente buona”.
La madre sufficientemente buona è quella capace di un adattamento attivo ai bisogni del bambino e di quella sensibilità e devozione che le permettono di offrire il seno nel momento in cui il bambino lo desidera, alimentando così in lui l’illusione di aver creato il seno da sé. Questa illusione è benefica e costitutiva per la costruzione dell’identità del bambino e per la sua capacità di edificare tale costruzione attorno al vero Sé. Alla fase dell’illusione dovrà poi conseguire quella della disillusione, indispensabile al ridimensionamento di quell’onnipotenza primaria che può costituire fonte di malattia psichica e di incapacità di intessere relazioni sane con oggetti reali.
Man mano che la madre percepirà che il bisogno di aderenza di sé stessa al bambino si fa minore, man mano che questo procederà in avanti con le sue acquisizioni maturative, man mano che la situazione lo permetterà, la madre potrà disinvestire questa modalità di relazione, permettendo al bambino un benefico accesso alla capacità di tollerare la frustrazione. Il vero svezzamento, dice Winnicott, è questo processo e non il semplice atto di disabituare il bambino al seno o togliere al bambino il latte per insegnargli a mangiare le prime pappine. Questo perché solo un graduale e idoneo passaggio dall’illusione alla disillusione può aiutare il bambino a delimitare lo spazio del pensiero magico, che altrimenti determinerebbe il prevalere di una percezione di tipo allucinatorio e l’instaurarsi della follia. L’adattamento incompleto della madre la renderà oggetto reale, il primo di una serie di oggetti reali con cui il bambino imparerà ad entrare in contatto.
L’oggetto transizionale potrà in tal modo facilmente tramontare, il bambino man mano ne perderà l’interesse, relegandolo nel limbo, in cui l’oggetto permarrà, né dimenticato, né rimpianto. Semplicemente perderà valore.
Il residuo di quelle esperienze che appartengono all’area illusoria e transizionale andrà però a depositarsi in quegli spazi culturali noti come filosofia, religione, arte e nella creatività scientifica, poiché nessun essere umano, pur avendo avuto una madre sufficientemente buona, è mai libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà interna con quella esterna e c’è quindi bisogno di fornire un sollievo a questo vissuto, attraverso il rapporto con certe aree intermedie dell’esperienza. |